Now Playing Tracks

Ultimo post.

Violentando in modo assurdo la mia indole, imponendomi di essere sintetico, questo è il mio ultimo post quassù.
Lamorecadavere, un nick che mi ha fatto sempre cagare, è nato in un momento in cui non doveva affatto nascere ed è giusto che muoia alle 3 di notte, un orario in cui non ha senso postare.
È comunque durato più del dovuto: è da un po’ che mi balena in mente questa idea e poi, per qualche sconosciuta ragione, per me ogni cosa ha un inizio e deve avere una fine, coi blog è uguale. Non ho comunque intenzione di cancellarlo.
Ringrazio quindi i miei 6194 followers, ancora di più quel centinaio di persone con cui ho realmente interagito: è stato un piacere conoscervi.
Sono qui, se qualcuno ha ancora qualcosa da dire.
Ciao!
P.s. Non sono bravo con la sintesi, questo post fa schifo.

Giorgio Faletti, 18 Agosto 2010.

Per una volta tanto, la storia inizia con un lieto fine. Se c’ era una volta un ragazzo di Tavullia a nome Valentino Rossi, oggi c’è ancora. Solo che è diventato uomo, almeno anagraficamente, perché sul viso e negli occhi c’è ancora quella stessa espressione d’italiana guasconeria che ce lo ha fatto amare. Quello sguardo astuto e innocente insieme di chi l’ha fatta o sta per farla, di chi pensa che in fondo sia tutto un gioco. Solo che giocando a modo suo si è messo sullo scaffale nove titoli mondiali, demolendo in pista e fuori degli avversari che, dopo aver conteso il sole, sono diventati l’ombra di se stessi. Lo abbiamo seguito passo dopo passo, giro dopo giro, piega dopo piega, in questa sfolgorante carriera che lo ha fatto diventare uno degli sportivi più grandi di tutti i tempi e nello stesso tempo una piccola proprietà personale, come succede sempre con gli idoli che hanno la forza di restare degli esseri umani. E che, come tutti i campioni indomabili, insegue la vittoria non come un fatto personale ma come un fatto naturale, qualcosa che deve essere così e basta. Se qualcuno pensa ancora che spararsi su due ruote alla velocità di un proiettile, piegarsi fino a sconvolgere le leggi della fisica, correre con una gamba steccata un mese dopo una frattura sia solo per soddisfare un desiderio di fama, successo e denaro, è giusto che gli si spieghi lo stupore. Quello stupore che sono certo che uno come Valentino Rossi ancora prova: l’essere pagato per qualcosa che farebbe anche gratis. In tutto questo tempo, tuttavia, chi è appassionato di motori ha avuto sempre una piccola spina nel fianco. Da una parte seguivamo Valentino e i suoi successi, commentavamo le sue sconfitte che, per la rabbia di chi aveva vinto, facevano parlare quanto le sue vittorie. Dall’altra salutavamo l’ arrivo sui circuiti della Ducati e ne seguivamo la crescita e il progressivo avvicinamento alla vetta, fino ad applaudire la vittoria di un campionato del mondo che, per ironia degli dei dello sport, è stato strappato proprio al nostro eroe. Era la rivincita dell’underdog, le idee brillanti di una piccola fabbrica italiana contro i mezzi esagerati dei colossi giapponesi, quelli che in un giorno costruiscono le moto che la Ducati costruisce in un anno. Da quel momento le cose sono andate avanti in questo modo, con la mente, il cuore e la passione divisi, illudendoci di essere in una posizione di privilegio perché, sia che vincesse Valentino sia che vincesse la Ducati, c’era da essere contenti perché sempre di realtà italiane si trattava. A dirla davvero com’era, ognuno di noi si sentiva addosso il disagio di chi sta con un piede in due scarpe, con il piccolo senso di colpa che ne consegue. Ora succede che quello che tutti sognavano è diventato realtà. Valentino Rossi, l’emigrante, è tornato a casa. E non per mettersi tranquillo dopo tanto vagare e leggere un libro seduto nel giardino davanti a un bel panorama. È tornato per affrontare una nuova sfida, seguendo quell’indole scomoda che trova naturale che gli esami non finiscano mai. Così, dall’anno prossimo, sarà in sella alla Ducati, una moto che i tifosi dell’una e dell’altra parte si sono e gli hanno sempre augurato. Sarà bello vedere il nostro eroe indossare una tuta rossa e cavalcare un mezzo su cui spiccherà il colore brillante del suo numero di gara. In fondo, a rifletterci, l’ Italia dei motori, quella che ha contribuito a farci conoscere in tutto il mondo, da sempre ha questa combinazione di rosso e giallo. Il marchio della Ferrari, giallo sul tradizionale rosso delle sue auto, il 46 di Valentino che spiccherà come una spruzzata di zafferano sul rosso della carenatura della sua Ducati. Sarà bello vederlo alzarsi in piedi prima di uscire dalla corsia dei box e sistemarsi la tuta in modo acconcio, prima di affrontare le prove o la gara. Sarà bello sedersi davanti al televisore, alla prima partenza del campionato, per vedere come prosegue la storia che è iniziata con un lieto fine. Perché, al contrario di come narrava un tale, questo matrimonio s’aveva da fare. E s’è fatto.

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Ricordo perfettamente quest’articolo; potrei chiudere gli occhi e ricordare perfettamente dove presi in mano la gazzetta dello sport e lessi quest’articolo.

Questo matrimonio s’aveva da fare. E s’è fatto.

Aveva ragione da vendere Faletti, anche se le cose poi non sono andate come ci si aspettava ed era giusto che fosse.

Ma tante cose nella vita non vanno come ci si aspettava, forse anche troppe, come morire a 63 anni per un tumore.

Ciao Giorgio, anche se ti eri trasformato in un intellettuale per i palati fini, per me rimarrai sempre Vito Catozzo.

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